sabato 17 dicembre 2011

In un altro futuro


Si svegliò tossendo, ormai capitava sempre più spesso. I singulti erano così violenti da lasciarlo senza fiato. Questa volta l’attacco era stato più violento del solito: sangue sul palmo della mano, schizzi sulla federa del cuscino.
I numeri fosforescenti sulla radiosveglia luccicavano debolmente, ormai le batterie stavano per esaurirsi. Le ultime che era riuscito a trovare.
Si alzò dal letto, nella penombra, e andò alla finestra. Da tempo non faceva più davvero notte, ma nemmeno giorno. Era circa l’alba, ma il sole non si sarebbe certamente visto.
Dopo gli “incidenti” una spessa cortina grigiastra aveva invaso l’aria, il cielo, senza più far filtrare la luce solare. La temperatura era scesa di parecchi gradi e restava molto bassa anche di giorno.
Andò al bagno a sciacquarsi la faccia. L’acqua arrivava ancora alle case. O almeno alla sua.
Prima che tutto cambiasse era persino stato un grande appassionato di fantascienza. A quel punto gli sembrava di essere diventato il protagonista di un romanzo di McCarthy o di Matheson: l’ultimo uomo sulla terra. Magari non proprio l’ultimo. Importava poco.
Tornò alla finestra. I vetri della baita erano gelati. Mentre cercava di guardare fuori, la sua mente corse a cinque anni prima.

L’esito del referendum era stato ignorato: il governo aveva mandato l’esercito a presidiare i cantieri del progetto battezzato “Rivoluzione Energetica”. Poi l’attivazione lampo delle centrali nucleari, nella metà dei dieci anni previsti inizialmente. Ogni altra forma di produzione energetica era stata dismessa.
C’era stato un breve periodo di tranquillità, di prosperità apparente anche. I prezzi dell’energia si erano notevolmente abbassati, le azioni delle varie compagnie energetiche avevano decollato. Tutti parevano felici. Questo era stato fino a sei mesi prima.
Ma poi qualcosa della “rivoluzione” aveva iniziato a scricchiolare. L’onnipresente criminalità organizzata, avevano riportato diversi giornali, si era infiltrata nei processi di costruzione delle centrali, al sud come al nord. Così, si vociferava, erano stati impiegati materiali pericolosamente scadenti per poter sottrarre gran parte dei fondi. Per la fretta di terminare i lavori a vantaggio di boss e collusi di vario genere poi, si spiegavano anche i tempi eccezionalmente brevi di realizzazione e messa in funzione delle centrali.
Il governo cercò di mettere a tacere la cosa. Parlarono di illazioni, di strumentalizzazione. Tutto è sicuro, tutto è in regola, dissero.
Dopo circa un mese dalle preoccupanti notizie si verificò il primo grave incidente: un reattore esplose in una centrale del nordovest. I sistemi di contenimento si rivelarono pressoché inesistenti. L’esplosione fu devastante. L’intero personale impiegato nella centrale rimase ucciso. Praticamente tutti gli abitanti dei comuni nel raggio di cinquanta kilometri dalla centrale svilupparono immediate forme tumorali, molte delle quali fulminanti. I più fortunati morirono nel giro di una settimana, altri resistettero alcuni mesi tra atroci sofferenze.
In breve tempo anche le altre sette centrali da poco costruite sul territorio nazionale subirono la stessa sorte: erano tutte state realizzate con gli stessi materiali e con gli stessi criteri. Otto disastri nucleari sconvolsero la Penisola nel volgere di un mese. La stima dei morti superò i venti milioni nel breve termine.
Il governo si dimise senza assumersi responsabilità. Alcuni esponenti dell’esecutivo vennero arrestati ma, in quel caos generale, molti riuscirono a fuggire.
Scoppiò il panico tra la popolazione. Il Presidente della Repubblica formò un governo di emergenza presieduto da militari e tecnici: divise a migliaia per le strade e altrettanti camici nei laboratori per cercare di risolvere l’irrisolvibile.
Il Paese rimase quasi interamente senza elettricità. Il costo della benzina al litro prese inarrestabilmente a salire e i generatori a combustibile divennero acquistabili solo presentando un permesso speciale timbrato dalla questura. La maggior parte delle scorte di benzina venne impiegata per fornire elettricità agli ospedali che comunque non riuscirono a fronteggiare la necessità enorme di cure. I nuovi malati morivano nelle proprie case, senza nemmeno il conforto delle terapie del dolore.
I supermercati vennero saccheggiati mentre le merci deperivano nei magazzini senza nessuno a consegnarle. Le industrie smisero silenziosamente di produrre, i campi non vennero più coltivati. Le scuole vennero chiuse a tempo indeterminato. Le banche fallirono dopo che chiunque fosse ancora in grado di farlo si fu precipitato a svuotare il proprio conto corrente.
Chi non abitava nelle immediate vicinanze delle centrali, meno di un terzo della popolazione, sembrò inizialmente immune agli effetti devastanti delle radiazioni. Poi, attraverso il vento, l’acqua ed i cibi contaminati quasi tutti si ammalarono. Si ebbe netta l’impressione di un’epidemia. Più che cancro sembrò peste.
Lui viveva sulla costa, relativamente lontano dalla centrale più vicina. Quando sua moglie aveva iniziato a manifestare alcuni dei sintomi descritti sui giornali (quelli che ancora venivano pubblicati) avevano deciso di allontanarsi il più possibile. Espatriare, almeno per il momento, non era possibile.
Gli altri stati dell’UE avevano dichiarato inizialmente solidarietà all’Italia. Poi, apprese le vere ragioni del disastro e dietro pressione delle nazioni confinanti, le cose erano cambiate. Il parlamento europeo aveva di fatto isolato l’Italia, disponendo controlli molto stretti ai confini per evitare un esodo via terra dei sopravvissuti.
Gli aeroporti, data anche la visibilità nulla, erano stati chiusi.
I treni arrugginivano nelle stazioni, senza energia per poter funzionare.
Avevano sentito parlare di barconi clandestini che salpavano in direzione del nord-Africa ma non disponevano certo della somma che si vociferava pretendessero i traghettatori.
Dunque l’unica soluzione praticabile era stata quella di trasferirsi nella loro baita in montagna. Dando fondo ai loro risparmi avevano raccolto tutte le provviste possibili e fatto il pieno di benzina al loro fuoristrada. I centri commerciali si erano trasformati in grandi confusissimi mercati. Si contrattavano i prezzi sulla merce in scadenza; non esistevano più dei veri commessi o responsabili: i negozi erano in mano ai più aggressivi. Molti erano i furti e ancor di più le liti violente.
Dunque erano fuggiti dalla città. Giunti alla loro baita la jeep era già in riserva da parecchi kilometri e si ritennero fortunati ad avercela fatta. La fontana nel cortile regalava acqua all’apparenza cristallina come al solito. Da subito ne fecero scorta.
Vissero nella calma apparente per circa due mesi. Centellinavano le provviste. Poi sua moglie si aggravò. Iniziò a perdere peso, a tossire sangue. Il suo colorito divenne giallastro.
Una sera, mentre parlavano, la donna perse conoscenza.
Lui aveva saputo dall’unico “vicino” (a circa mezz’ora di cammino da loro) che nel paese a valle, anch’esso ormai decimato, viveva un medico in pensione. Si augurò che fosse tra i sopravvissuti.
Caricò la debolissima moglie sul fuoristrada e in folle, a motore spento, scesero in paese. Trovò il medico che visitò la donna senza volere niente in cambio. Non disse nulla ma lo prese da parte e scosse la testa. Morì la notte stessa, sul divano nel salotto del dottore.
Con l’aiuto di due ragazzi che non conosceva l’avvolse in un lenzuolo. La seppellirono nel cimitero del paese, senza una bara.
Tornò alla sua baita impiegando circa tre ore di marcia, in salita, nella notte gelida. Si mise a letto senza svestirsi né accendere il camino. Il suo ultimo pensiero fu la speranza di morire assiderato, nel sonno.
Non successe quella notte e nemmeno le seguenti. Viveva come un eremita senza più lavarsi o cambiarsi gli abiti. Aveva quasi smesso di mangiare non tanto perché le provviste che avevano portato dalla città fossero quasi finite, ma semplicemente perché non ne sentiva più il bisogno. Viveva di acqua zuccherata aspettando che lo zucchero finisse; poi avrebbe deciso cosa fare.

Tornò con fatica al presente. Non era la solitudine a devastarlo ma il senso di colpa: era ancora vivo, mentre lei…
Si trascinò alla porta ed uscì fuori. Attorno a lui il bosco avvizziva in maniera innaturale. Era luglio ma l’erba sotto i suoi piedi era giallastra, marrone. Il cielo continuava ad essere di un carico grigio indefinito e guardarlo faceva male agli occhi. Gli uccelli, malati, cadevano dagli alberi come frutti troppo maturi. Abbassò la testa e rientrò in casa. Lo zucchero era finito già da un pezzo.
...Continua?