sabato 17 dicembre 2011

In un altro futuro


Si svegliò tossendo, ormai capitava sempre più spesso. I singulti erano così violenti da lasciarlo senza fiato. Questa volta l’attacco era stato più violento del solito: sangue sul palmo della mano, schizzi sulla federa del cuscino.
I numeri fosforescenti sulla radiosveglia luccicavano debolmente, ormai le batterie stavano per esaurirsi. Le ultime che era riuscito a trovare.
Si alzò dal letto, nella penombra, e andò alla finestra. Da tempo non faceva più davvero notte, ma nemmeno giorno. Era circa l’alba, ma il sole non si sarebbe certamente visto.
Dopo gli “incidenti” una spessa cortina grigiastra aveva invaso l’aria, il cielo, senza più far filtrare la luce solare. La temperatura era scesa di parecchi gradi e restava molto bassa anche di giorno.
Andò al bagno a sciacquarsi la faccia. L’acqua arrivava ancora alle case. O almeno alla sua.
Prima che tutto cambiasse era persino stato un grande appassionato di fantascienza. A quel punto gli sembrava di essere diventato il protagonista di un romanzo di McCarthy o di Matheson: l’ultimo uomo sulla terra. Magari non proprio l’ultimo. Importava poco.
Tornò alla finestra. I vetri della baita erano gelati. Mentre cercava di guardare fuori, la sua mente corse a cinque anni prima.

L’esito del referendum era stato ignorato: il governo aveva mandato l’esercito a presidiare i cantieri del progetto battezzato “Rivoluzione Energetica”. Poi l’attivazione lampo delle centrali nucleari, nella metà dei dieci anni previsti inizialmente. Ogni altra forma di produzione energetica era stata dismessa.
C’era stato un breve periodo di tranquillità, di prosperità apparente anche. I prezzi dell’energia si erano notevolmente abbassati, le azioni delle varie compagnie energetiche avevano decollato. Tutti parevano felici. Questo era stato fino a sei mesi prima.
Ma poi qualcosa della “rivoluzione” aveva iniziato a scricchiolare. L’onnipresente criminalità organizzata, avevano riportato diversi giornali, si era infiltrata nei processi di costruzione delle centrali, al sud come al nord. Così, si vociferava, erano stati impiegati materiali pericolosamente scadenti per poter sottrarre gran parte dei fondi. Per la fretta di terminare i lavori a vantaggio di boss e collusi di vario genere poi, si spiegavano anche i tempi eccezionalmente brevi di realizzazione e messa in funzione delle centrali.
Il governo cercò di mettere a tacere la cosa. Parlarono di illazioni, di strumentalizzazione. Tutto è sicuro, tutto è in regola, dissero.
Dopo circa un mese dalle preoccupanti notizie si verificò il primo grave incidente: un reattore esplose in una centrale del nordovest. I sistemi di contenimento si rivelarono pressoché inesistenti. L’esplosione fu devastante. L’intero personale impiegato nella centrale rimase ucciso. Praticamente tutti gli abitanti dei comuni nel raggio di cinquanta kilometri dalla centrale svilupparono immediate forme tumorali, molte delle quali fulminanti. I più fortunati morirono nel giro di una settimana, altri resistettero alcuni mesi tra atroci sofferenze.
In breve tempo anche le altre sette centrali da poco costruite sul territorio nazionale subirono la stessa sorte: erano tutte state realizzate con gli stessi materiali e con gli stessi criteri. Otto disastri nucleari sconvolsero la Penisola nel volgere di un mese. La stima dei morti superò i venti milioni nel breve termine.
Il governo si dimise senza assumersi responsabilità. Alcuni esponenti dell’esecutivo vennero arrestati ma, in quel caos generale, molti riuscirono a fuggire.
Scoppiò il panico tra la popolazione. Il Presidente della Repubblica formò un governo di emergenza presieduto da militari e tecnici: divise a migliaia per le strade e altrettanti camici nei laboratori per cercare di risolvere l’irrisolvibile.
Il Paese rimase quasi interamente senza elettricità. Il costo della benzina al litro prese inarrestabilmente a salire e i generatori a combustibile divennero acquistabili solo presentando un permesso speciale timbrato dalla questura. La maggior parte delle scorte di benzina venne impiegata per fornire elettricità agli ospedali che comunque non riuscirono a fronteggiare la necessità enorme di cure. I nuovi malati morivano nelle proprie case, senza nemmeno il conforto delle terapie del dolore.
I supermercati vennero saccheggiati mentre le merci deperivano nei magazzini senza nessuno a consegnarle. Le industrie smisero silenziosamente di produrre, i campi non vennero più coltivati. Le scuole vennero chiuse a tempo indeterminato. Le banche fallirono dopo che chiunque fosse ancora in grado di farlo si fu precipitato a svuotare il proprio conto corrente.
Chi non abitava nelle immediate vicinanze delle centrali, meno di un terzo della popolazione, sembrò inizialmente immune agli effetti devastanti delle radiazioni. Poi, attraverso il vento, l’acqua ed i cibi contaminati quasi tutti si ammalarono. Si ebbe netta l’impressione di un’epidemia. Più che cancro sembrò peste.
Lui viveva sulla costa, relativamente lontano dalla centrale più vicina. Quando sua moglie aveva iniziato a manifestare alcuni dei sintomi descritti sui giornali (quelli che ancora venivano pubblicati) avevano deciso di allontanarsi il più possibile. Espatriare, almeno per il momento, non era possibile.
Gli altri stati dell’UE avevano dichiarato inizialmente solidarietà all’Italia. Poi, apprese le vere ragioni del disastro e dietro pressione delle nazioni confinanti, le cose erano cambiate. Il parlamento europeo aveva di fatto isolato l’Italia, disponendo controlli molto stretti ai confini per evitare un esodo via terra dei sopravvissuti.
Gli aeroporti, data anche la visibilità nulla, erano stati chiusi.
I treni arrugginivano nelle stazioni, senza energia per poter funzionare.
Avevano sentito parlare di barconi clandestini che salpavano in direzione del nord-Africa ma non disponevano certo della somma che si vociferava pretendessero i traghettatori.
Dunque l’unica soluzione praticabile era stata quella di trasferirsi nella loro baita in montagna. Dando fondo ai loro risparmi avevano raccolto tutte le provviste possibili e fatto il pieno di benzina al loro fuoristrada. I centri commerciali si erano trasformati in grandi confusissimi mercati. Si contrattavano i prezzi sulla merce in scadenza; non esistevano più dei veri commessi o responsabili: i negozi erano in mano ai più aggressivi. Molti erano i furti e ancor di più le liti violente.
Dunque erano fuggiti dalla città. Giunti alla loro baita la jeep era già in riserva da parecchi kilometri e si ritennero fortunati ad avercela fatta. La fontana nel cortile regalava acqua all’apparenza cristallina come al solito. Da subito ne fecero scorta.
Vissero nella calma apparente per circa due mesi. Centellinavano le provviste. Poi sua moglie si aggravò. Iniziò a perdere peso, a tossire sangue. Il suo colorito divenne giallastro.
Una sera, mentre parlavano, la donna perse conoscenza.
Lui aveva saputo dall’unico “vicino” (a circa mezz’ora di cammino da loro) che nel paese a valle, anch’esso ormai decimato, viveva un medico in pensione. Si augurò che fosse tra i sopravvissuti.
Caricò la debolissima moglie sul fuoristrada e in folle, a motore spento, scesero in paese. Trovò il medico che visitò la donna senza volere niente in cambio. Non disse nulla ma lo prese da parte e scosse la testa. Morì la notte stessa, sul divano nel salotto del dottore.
Con l’aiuto di due ragazzi che non conosceva l’avvolse in un lenzuolo. La seppellirono nel cimitero del paese, senza una bara.
Tornò alla sua baita impiegando circa tre ore di marcia, in salita, nella notte gelida. Si mise a letto senza svestirsi né accendere il camino. Il suo ultimo pensiero fu la speranza di morire assiderato, nel sonno.
Non successe quella notte e nemmeno le seguenti. Viveva come un eremita senza più lavarsi o cambiarsi gli abiti. Aveva quasi smesso di mangiare non tanto perché le provviste che avevano portato dalla città fossero quasi finite, ma semplicemente perché non ne sentiva più il bisogno. Viveva di acqua zuccherata aspettando che lo zucchero finisse; poi avrebbe deciso cosa fare.

Tornò con fatica al presente. Non era la solitudine a devastarlo ma il senso di colpa: era ancora vivo, mentre lei…
Si trascinò alla porta ed uscì fuori. Attorno a lui il bosco avvizziva in maniera innaturale. Era luglio ma l’erba sotto i suoi piedi era giallastra, marrone. Il cielo continuava ad essere di un carico grigio indefinito e guardarlo faceva male agli occhi. Gli uccelli, malati, cadevano dagli alberi come frutti troppo maturi. Abbassò la testa e rientrò in casa. Lo zucchero era finito già da un pezzo.
...Continua?

venerdì 14 ottobre 2011

Storia di nessuno


Da settimane ci stava pensando. Praticamente aveva deciso.
Aveva quarantatré anni e un'esistenza piatta.
Non aveva subito maltrattamenti da piccolo e non ricordava particolari traumi. Ma nemmeno particolari gioie.
Viveva in una cittadina del nordovest dimenticata dall'universo. Era lo specchio della sua esistenza: noiosa, ordinata, ripetitiva. Quell'angolo di mondo non veniva mai citato nei tg, né preso in considerazione dalla stampa nazionale. Semplicemente perché non succedeva mai nulla.
E forse, si diceva a volte, i suoi giorni erano così patetici anche perché si perdevano in quel posto tanto scialbo, in un penoso stillicidio.
Era figlio unico. I suoi genitori avevano avuto almeno la pietà di non creare altri buchi neri come lui. I suoi vecchi erano stati operai, nella stessa fabbrica, per quaranta lunghi anni. In altri casi si direbbe "per la parte migliore della loro vita". Ma non in questo caso.
Aveva sempre vissuto i suoi genitori come i due capi della linea piatta d'uno stesso encefalogramma. Li vedeva emergere nei suoi ricordi come da una poltiglia informe in una serie di diverse sfumature di grigio.
Una volta andati in pensione la loro vita non era certo stata più vivace che in precedenza. E poi, una sera di novembre, rincasando dal discount con la spesa nel bagagliaio, un autobus di linea li aveva semplicemente travolti.
Erano morti sul colpo, aveva detto quel carabiniere, forse per confortarlo. Come facesse lui a saperlo era una cosa che non si era dato il disturbo di spiegare.
E comunque non aveva pianto. Certo erano stati i suoi genitori, la cosa più simile che avesse mai avuto ad una relazione umana... Ma l'affetto che ricordava nelle mamme e nei papà degli altri bambini, quando ancora andava a scuola, quello non li aveva mai neppure sfiorati.
E così non gli era servito che qualcuno lo consolasse nell'ora più buia. Del resto, se non fosse stato per quel paio di colleghi e per la vicina di casa dei genitori, si sarebbe trovato semplicemente da solo nella piccola chiesa, di fronte alle bare scure.

Non aveva mai sofferto sul serio di solitudine. Probabilmente perché non aveva mai avuto un vero rapporto affettivo.
La settimana seguente all'esame di maturità era stato assunto come contabile in un'azienda di spedizioni. Un mese dopo, con i soldi del primo stipendio, aveva lasciato la casa dei genitori; aveva preso in affitto un monolocale ammobiliato a dieci minuti a piedi dal posto di lavoro.
Era sempre stato timido, introverso. E in quella bolla surreale aveva finito per accentuare, affinare la sua misantropia.
In realtà non aveva mai provato vero odio o sfiducia nei confronti di un'altra persona. Solo un senso di protratto e costante vuoto che finiva inevitabilmente per rimbalzargli (moltiplicato) addosso.

Aveva letto diverse volte sui giornali locali di suicidi avvenuti per questo o quel motivo.
Molte volte succedeva per disperazione: alcuni non erano riusciti a superare un grave lutto, altri avevano sperperato un patrimonio al gioco, altri ancora avevano contratto forti debiti con le persone sbagliate e la paura aveva fatto il resto.
Ma la sola cosa che lui avesse mai perso erano stati i genitori e non si era sentito di definirlo un vero e proprio lutto. Inoltre in banca aveva una discreta somma: la sua unica spesa era l'affitto mensile dell'appartamento in cui viveva. Non aveva nemmeno un'automobile.
In tv poi aveva sentito parlare di "suicidio indotto da depressione". Perciò si era documentato: era stato in biblioteca e, dopo un'attenta ricerca, aveva risolto di non avere nessun sintomo. Non era depresso.
Sentiva però il bisogno di una giustificazione. Una sua lontana zia, gli pareva di ricordare, si era tagliata le vene in un bagno caldo, dopo aver appreso di essere affetta da un cancro ormai incurabile. Dunque si era sottoposto ad un check up completo, approfondito. Era risultato fisicamente perfetto.
Perciò, esasperato, si era infine detto che il suo sarebbe stato il primo suicidio per indifferenza.
Non tanto l'indifferenza irrimediabilmente reciproca che provava verso il mondo. Quanto quella, ben più gravemente sedimentata, rispetto a se stesso.

Una sera di novembre, probabilmente non l'anniversario della morte dei suoi genitori (ma avrebbe anche potuto esserlo, ché lui non lo ricordava più), si avviò a piedi verso il borgo storico, nella parte alta della città.
La fredda umidità dell'ora di cena era la sola presenza a calpestare insieme a lui le strade di pietra luccicante. Entrò nel vecchio campanile semplicemente spingendo la porta di legno marcio per poi riaccostarsela alle spalle. Salì i gradini al buio, uno alla volta, ascoltando il proprio respiro crescere nell'ombra. Giunto in cima si trovò di fronte un'apertura arcuata nella parete: mentre scavalcava la bassa inferriata non si diede nemmeno la pena di uno sguardo alla città illuminata, più in basso. Si lasciò cadere nel vuoto, senza gridare.
Lo trovò il sacrestano la mattina dopo, uscendo all'alba per la sua consueta passeggiata da insonne. La testa spappolata sul selciato, il collo ad un'angolazione grottesca.
Quella sera, finalmente, il tg regionale si occupò della cittadina abitualmente trascurata: l'annunciatrice lesse due righe di venti parole a proposito del tragico evento, poi diede la linea al meteo.
...Continua?

venerdì 20 maggio 2011

Flussi d'incoscienza


Avete mai pensato a quante volte le cose che facciamo siano, onestamente e in ultima analisi, dettate da nostri reali bisogni e volontà?
Voglio dire,qualcuno si è mai fermato a riflettere un secondo sul perché ci si affanni tanto per fare tutto? Ho spesso il sospetto che si tratti, nove volte su dieci e molto banalmente, più per avere un giudizio positivo dagli altri che per il nostro reale benessere, in quanto esseri umani. Schopenhauer ha detto che "Quasi la metà di tutte le nostre angosce e le nostre ansie derivano dalla nostra preoccupazione per l'opinione altrui". Io sono quasi convinto di credere, arrogantemente, che si sbagliasse. Nel senso che spesso quello che facciamo, quello che pensiamo, quello che fingiamo di essere, è completamente dettato dal giudizio altrui. Bell'affare.
Ma non sarebbe meglio, e anche meno faticoso, semplicemente fottersene? Capisco che non sempre sia così possibile, che vivere come davvero piacerebbe ad ognuno possa essere, se non un utopia, almeno un rischio per gli altri. Ma io intendo, sopravvivere senza violentare se stessi, quello che davvero si è nel proprio intimo, ad ogni sospiro di vento. L'omologazione mi preoccupa perché la ritengo capace di inaridire anche le menti più prolifiche e brillanti, in grado di distruggere con le sue arrugginenti ciarle tutta la la linfa che può scaturire da un cervello pensante.
Ma se siamo persone, o almeno ambiamo ad esserlo, come possiamo accettare un compromesso così umiliante? Come possiamo sacrificare le nostre preziose individualità in nome di un bel paio di scarpe? Non voglio fare del qualunquismo prendendomela con la moda, è solo un esempio. Dico però che se fuggiamo dal nostro essere unici e inimitabili a vantaggio del solo quieto vivere, ben presto raccoglieremo i frutti della nostra decadenza accondiscendente, che già si avvia a degli apici sconfortanti, a ritmi che inquietano.
Non è un ode al pessimismo ma solo una constatazione del disadattamento costante che mi trovo a fronteggiare. Io, come tutti, ne sono parte. Cerco di dissociarmi, magari con questo rigurgito di parole, e ottengo invece di sentirmi chiamato ancor più in causa, per il solo fatto di parlarne, che mi fa sentire autorizzato a formulare accuse.
E allora, stando così le cose, l'ultima risorsa, che, mi rendo conto, ho già citato troppe volte, è la fuga. Non perché in un altro luogo io sia sicuro di poter trovare un qualche eden. Ma soltanto, e già questo spero non sia un mio personale miraggio, perché condizioni leggermente più "primitive", nel senso di meno sofisticate (alterate, corrotte), possono aiutare l'uomo ad ascoltare con più attenzione (o a sentire per la prima volta) i suoni che vengono dal suo "di dentro". Perché è colpa di questo ronzio maledetto, che non cessa un secondo col suo trapanante e prepotente cicaleccio , se ci troviamo tutti, chi più chi meno, a dover tener chiusa la bocca più di quanto ci piacerebbe, per non ingoiare chili di merda.
...Continua?

sabato 12 marzo 2011

Ad Erin


E se all'improvviso c'incontrassimo di nuovo?
Se, ad un certo punto, attraversassimo ancora il mare per venire da te?
In qualche modo ci siamo illusi di poter controllare l'incantesimo che ci hai gettato addosso, la prima volta che i nostri sguardi si sono incrociati, il primo istante che abbiamo camminato sulle tue rive.
Invece siamo di nuovo qui, a cercare un modo perchè tu ci accolga ancora, generosa e quieta come al solito.
Abbiamo bisogno di averti con noi, per il tempo che basta a darci la forza di lasciarti di nuovo.
Credo che sarà così, ancora per qualche tempo. Con la gioia e la sofferenza che ci prende ogni volta che guardiamo una tua fotografia, ogni volta che sfiori il nostro pensiero e che siamo troppo lontani per toccarti, per sentirti davvero.
Ma intanto, incuranti d'ogni altra cosa, stiamo qui a sorridere di una speranza che si fa ogni giorno più concreta nelle nostre menti, nel nostro respiro, nel nostro crescere.
Fino a che le circostanze ci terranno separati saremo capaci di resistere, solo per un po', distanti dal tuo cielo, dai tuoi scogli, dalle tue strade. Saremo capaci di ascoltare la tua musica, ancora e ancora, capaci di piangere per la tua distanza, con lacrime di tormento che non abbiamo mai versato per altri.
E poi verrà il momento, ché non c'è alternativa, in cui torneremo da te, con te.
E allora sarà bellissimo. E non si tratterà più di amarti con l'angoscia di doverti abbandonare, non dovremo più resisterti per la paura di non saperci dominare quando ci lasci soli.
Perché certi legami non sono soggetti al nostro controllo. Certe unioni, per fortuna, sfuggono alle cose che riusciamo a capire. Ma sappiamo certamente che sono giuste. E allora, non abbiamo altra scelta che accettarle o svilire le nostre vite, noi stessi, fino ad essere morti pur respirando ancora.
No. Noi ti correremo incontro, tu saprai abbracciarci e avremo la certezza che nessuno potrà più dividerci. Resteremo uniti, per sempre.
...Continua?

venerdì 8 ottobre 2010

Una serata fredda


Camminavo sotto i portici di Piazza Vittorio. L'autunno era arrivato, una volta tanto, del tutto improvvisamente.
Pioveva di una pioggia fine che sembrava cadere in orizzontale. Mi arrivava in faccia anche lì, sotto il porticato, e mi faceva sorridere. Ho sempre amato la pioggia.
Erano forse le sei e si era fatto quasi buio.
Giunto alla fine della piazza mi alzai il bavero e attraversai la strada. Non avevo niente da fare, nessuno che mi aspettasse a casa per parlare della giornata. La Gran Madre, dall'altro lato del Po, mi guardava vestita delle sue luci esagerate. Pensai di fare ancora due passi fin là prima di buttarmi su un tram a caso.
Al centro del ponte mi fermai. Poggiai le mani sul parapetto metallico immaginando in lontananza il parco del Valentino. Il cielo era carico, per quel che potessi distinguere, di ammassi neri che non mi sembravano nuvole ma felici promesse d'inverno. Non aveva smesso di piovere un attimo da più di dieci giorni. Sperai che continuasse.
Acqua, acqua e ancora acqua. Dal cielo, per le strade, sui tetti, nei fiumi.
Il fiume, appunto. Era gonfio, potente, inarrestabile. Era torbido, d'un marrone melmoso. I detriti, portati da chissà dove, erano stati ammassati dalla corrente contro i pilastri del ponte. Da qualche giorno lo avevano chiuso al traffico. Le luci dei lampioni balugginavano nella nebbia e morivano in pallidi fasci sul pelo dell'acqua.
Chiusi gli occhi ed inspirai tutto quel che potevo. La città non c'era più. Alla mia sinistra la presenza silenziosa della collina mi proiettava altrove. Dimenticai il traffico, lo smog. Dimenticai le voci.
Mi investì, o immaginai che lo facesse, un odore di foglie cadute, morte e poi bruciate.
Ero appagato, in pace con me stesso per qualche istante.
Riaprii gli occhi e la vidi. Una mano, bianchissima, sbucava dai flutti limacciosi. Gridai. Nulla si mosse; le due strade ai miei fianchi continuavano a farsi i fatti loro.
La banchina sull'argine destro era sommersa. Non la considerai.
Di sotto intanto, dietro la mano, era comparsa una testa scura, annaspante e confusa.
Mi sporsi, sembrava un uomo. Si arenò, in qualche modo, contro qualcosa di scuro poggiato all'ultimo pilone del ponte, alla mia sinistra.
Da quel lato forse avrei avuto qualche possibilità. Decisi di scendere. La stradina sterrata che conduceva all'argine, la vidi mentre correvo sul ponte, era sommersa per metà. Non sapevo cosa avrei fatto una volta arrivato lì.
Alla fine del ponte vidi, a pochi metri, una vecchia intabarrata in uno scialle fucsia; portava a spasso un volpino candido e zuppo. S'inchiodò sul posto osservandomi stranita.
È caduto uno in acqua, le urlai. Chiami qualcuno. Sperai non fosse sorda. Non mi fermai a controllare.
Scesi scalpicciando nelle pozzanghere del sentiero ghiaioso. Inciampai e caddi a faccia in avanti, scorticandomi le mani. Mi sollevai in fretta pensando assurdamente che mi sarei perso I Simpson in TV.
L'acqua gelida mi arrivava già alle caviglie. Scrutai in quella luce incerta pensando che fosse ormai tardi.
Poi lo avvistai, avvinghiato disperatamente ad un tronco che, sotto il suo peso, si stava pericolosamente allontanando dalla base del ponte.
Il pilastro, alla mia destra, si congiungeva alla boscaglia scoscesa, di fianco alla stradina. Mi gettai tra i rovi cercando di scacciare il pensiero di tutti quei cespugli spinosi e di quel che potessero nascondere. A fatica giunsi a puntellarmi con le mani aperte sulla pietra bagnata.
Poggiai un piede tremante sul groviglio di sterpi e legna. Sembrò reggere. Ci salii sopra tenendo una mano poggiata al pilastro.
La corrente, vista da lì, mi terrorizzò. D'improvviso odiai la pioggia.
Dopo un paio di metri, sospeso su quella specie di passerella, giunsi all'estremita del tronco. Mi ci sdraiai sopra. Il poverino, dall'altra parte, mi vide e cerco di sporgersi verso di me.
Fu un errore. Percepii uno scossone sotto la pancia. Mi slanciai in avanti e gli sfiorai le dita. E questo fu tutto.
Il tronco si sganciò dal resto dei detriti. Mi ritrassi d'istinto scivolando indietro e mi ritrovai seduto sui rami bagnati, con la schiena poggiata al pilone.
Il tronco passò sotto il fornice come una zattera impazzita.
Sconvolto, non so come, risalii sul ponte. Corsi sul lato opposto e mi sporsi più che potei. Lontano, troppo lontano, itravidi una sagoma scura e inerte. Solo il vecchio albero morto.
Rimasi là, con le mani poggiate sul metallo scrostato della balconata.
Qualcuno si avvicinò da destra. Era la vecchia col suo cagnetto più candido e inzuppato di prima, mi parve.
Ho chiamato l'ambulanza, mi disse. Stanno arrivando. L'ha trovato?
La guardai per un attimo senza sapere cosa dire. Poi abbassai la testa iniziando a singhiozzare sommessamente. Le mie scarpe nuove erano piene di fango.
La vecchia mi poggiò una mano sulla spalla senza aggiungere altro.
Dalla piazza giunse un rumore di sirene.
...Continua?

martedì 14 settembre 2010

Prima che sia giorno


Era una di quelle notti invernali dal cielo terso. Una notte da meno dieci, col vento che spaccava la faccia e un'esplosione di stelle a punteggiare il cielo.
L'uomo guidava lentamente la sua lunga berlina nera. Rispettare i limiti, la prima regola.
Il finestrino leggermente abbassato aspirava fuori il filo di fumo azzurrognolo del suo cigarillo.
La tangenziale era deserta. Imboccò la rampa d'uscita per una zona industriale ormai inesistente. Restavano in piedi una mezza ciminiera rossastra e un enorme capannone cadente, dal tetto di eternit sfondato.
La puzza di concimi chimici si fece strada sottovento, da qualche campo nei dintorni. Il fetore acido gli riempì le narici e immediatamente un conato gli stritolò l'esofago. Gettò fuori il mozzicone e chiuse il finestrino.
Mentre rallentava giunsero alle sue spalle alcuni colpi ovattati. Alzò il volume della radio e proseguì indifferente.
S'infilò in una stretta strada sterrata sotto un cavalcavia. Spense i fari e proseguì per un paio di minuti. Poi i vecchi muri devastati gli sbarrarono il passo, come apparsi dal nulla. Il cemento si apriva qua e la in grosse fenditure. Le armature metalliche sbucavano dalle pareti come ossa fuoriuscite dalla carne.
Fermò l'auto e si chinò, tastando sotto il sedile. Il contatto con la canna della pistola gli passò la solita sensazione di potenza. Recuperata l'arma scese.
Guardava il portellone lucente del bagagliaio. Una scarica di colpi giungeva continua, disperata. Aprì il baule e l'uomo all'interno si immobilizzò all'istante. Era in canottiera e boxer. Ai piedi un paio di mocassini sfondati. Obeso, piccolo e con una sola striscia di capelli untuosi a contornargli la testa. Le mani, dietro la schiena, e le caviglie erano immobilizzate con diversi giri di spesso nastro adesivo. L'estremità di uno straccio appallottolato gli sbucava dalla bocca, dilatandola innaturalmente.
La luce della luna nuova era abbastanza intensa perchè l'uomo con la pistola potesse vedere la fronte del piccoletto, sudatissima nonostante la temperatura.
-Ora ascoltami bene. Adesso ti slego i piedi e poi ti faccio uscire. Se tenti di scappare ti sparo in testa. Capito?
L'interrogato annuì con convinzione ma appena l'altro gli liberò le caviglie iniziò a scalciare verso l'alto. L'uomo con la pistola fu colpito alla tempia da una pedata. Un po' rintontito, sollevò di peso il piccoletto e lo gettò sulla terra gelata ai suoi piedi. Poi gli sferrò a sua volta due calci, di punta, colpendolo al plesso solare con molta forza.
L'uomo a terra sbiancò e ritornò immobile. Quello con la pistola estrasse dal bagagliaio una pala da giardino sbeccata. Afferrò il suo ostaggio per un braccio e lo trascinò lontano dalla macchina.
-Bene, adesso che ci siamo spiegati, è ora di mettersi al lavoro.
Girò il piccoletto di schiena e gli liberò anche le mani; questa volta non ci fu nessuna reazione. Il pelato indicò soltanto lo straccio che aveva in bocca.
-Vuoi togliertelo? Ok. Ma tu mettiti a gridare - gli fece dondolare la pistola davanti al naso- e ti apro la testa in due.
Si tolse di scatto lo straccio. Fece un profondo respiro ma non urlò. Iniziò invece a tossire come una mitragliatrice e, quando riusci finalmente a fermarsi, si buttò in ginocchio.
-Per favore! Per pietà!
-Pietà? Ma quale pietà? Infame! Ci dovevi pensare prima di venderti a quelli là.
-Ma è stato per una sola volta. Mi hanno costretto e poi... Poi pensa a mia figlia. Non dico a me, ma a mia figlia!
-Fai schifo. E va bene facciamo così...
L'ometto si gettò sulle gambe del suo sequestratore abbracciandole. Quello con la pistola si ritrasse schifato.
-Non toccarmi più, merda, o ti spacco le ginocchia a palate e poi ti mollo qua a morire di freddo.
-Io volevo solo...
-Zitto. Zitto e ascolta. La pala ce l'hai, comincia a scavare. Una bella buca profonda. Deve arrivarti almeno fino all'uccello. Se quando sorge il sole non hai finito ti sparo in testa e tanti saluti. Se fai in tempo e il tuo lavoro mi soddisfa, potrei pure decidere di lasciarti andare. Hai più o meno due ore.
-Ma come... Tu vuoi che mi scavo la fossa da solo ma se sono abbastanza veloce poi non mi ci metti dentro? Ma che cazzo dici...
-Qui è come al cimitero comunale, bello. Lo sai quanti come te ne ho in lista per un loculo? Se non sei tu sarà un altro. Una bella buca mi torna sempre utile. Ma se non hai voglia di faticare facciamo prima...

Il piccoletto iniziò a battere a terra con la pala. Inizialmente sembrava che non riuscisse neanche a scalfire il suolo, ma poi ci mise più energia e cominciò a smuovere un po' di fanghiglia.
Dopo circa un'ora, mentre l'uomo con la pistola camminava avanti indietro fumando (a tratti tabacco e a tratti semplicemente la condensa del suo respiro), la buca gli arrivava poco sotto le ginocchia.
-Devi allungarla... Vabbè che sei una mezza sega, però così è troppo corta.
L'altro non diede segno di aver sentito e continuò a lavorare febbrilmente, sempre più stanco ma spinto dalla forza della speranza. O della disperazione.
I primi raggi di sole lo pietrificarono. L'uomo con la pistola si avvicinò alla fossa, quello dentro gli dava le spalle, distrutto e ricurvo sul manico della pala.
-Girati. Fammi vedere.
Lui si voltò tenendo lo sguardo basso. Le scarpe sporche di terra, le gambe nude e storte. Il sudore si alzava dalla sua schiena formando volute di vapore nell'aria gelida dell'alba.
-In effetti ti arriva proprio all'uccello.
Il piccoletto sorrise.
-Allora fammi uscire! Ti prego, sto crepando di freddo.
-Eh però... Appunto... Crepa!
Un colpo solo, in mezzo agli occhi, e il piccoletto andò giù. La pala sul suo ventre rigonfio, la schiena poggiata contro il bordo terroso.
L'assassino saltò dentro la fossa. Sistemò la pala in verticale, in un angolo. Poi afferrò il cadavere per le caviglie e lo trascinò indietro, in modo che fosse ben disteso sulla schiena.
Si arrampicò fuori. Le punte dei mocassini superavano il bordo della fossa di qualche centimetro.
L'uomo con la pistola si accese un cigarillo. Poi imbracciò la pala e inizò a riempire il buco di terra bagnata.
Guardò il morto scuotendo la testa.
-Te l'avevo detto che era troppo corta. Stronzo.
...Continua?

sabato 10 luglio 2010

Abbatti un albero, costruisci la nave


Il viaggio è cosa strana.È sogno, sentimento e poesia fino a che non viene il momento di partire. Poi ci piomba addosso con la sua straordinaria potenza, con tutta l'ansia che è capace di generare e, se non teniamo bene a mente le nostre motivazioni, in un attimo può fare paura, pietrificarci.
Credo che l'avventura, la scoperta, la conoscenza dell'impensbile bastino per mettersi sulla strada. Quello per cui non sono sufficienti è il raggiungimento della meta.
Serve un percorso che sia prima di tutto intimo, che parta dall'isolamento dei desideri per arrivare alla loro ricerca. E bisogna fare in modo di piegare gli eventi tutte le volte che si può, senza lasciare che il fiume ci porti alla deriva.
Credo, insomma, che sia bene osare prima e pensare poi, se si vuole andare da qualche parte (si tratti di chilometri, di inchiostro su una pagina o d'altro).
L'errore è nostro, fortunatamente. L'inedia uccide molto più dell'azione sbagliata. Al tentavivo fallimentare segue una lezione, spesso la rivalsa. Al nulla segue il nulla.
Ciò che più conta è la curiosità, l'esplorazione. Il divenire. E non si può aspirare ad un cambiamento vero senza voler rischiare qualcosa, anche tra quel che abbiamo di maggiormente caro e prezioso, tra quei punti di riferimento confusi con dogmi da cui spesso ci lasciamo dominare compiacenti.
Quindi in questo modo, a ben guardare, che cos'è il viaggio se non una semplice scommessa?
Io, se la posta in gioco è così alta, non posso fare a meno di puntare ancora.
...Continua?